Alcuni spunti dalla lettura della regola carmelitana di San Alberto (2ª parte)

P. Gorazd Cetkovský, O.Carm.

Inoltre, all'inizio del testo, è notevole che il vescovo Alberto abbia scritto queste regole su richiesta dei fratelli: “Poiché ci chiedete però...” Dietro questa richiesta si cela l'umiltà dei fratelli. Un'umiltà che si manifesta nel fatto di chiedere consiglio. Che ci si rivolga all'altro e si dica: “Ti prego, potresti dirmi qualcosa su quello che sto cercando di fare?”

Naturalmente – qui ci troviamo in una situazione specifica – abbiamo dinanzi a noi una comunità che desidera vivere essenzialmente una vita religiosa e si rivolge a un'autorità ecclesiastica. Possiamo trarne alcuni spunti. Naturalmente possiamo anche applicarlo a noi stessi nel senso originale: come esempio di obbedienza all'autorità nella chiesa. E poi anche per noi varrà: ci interessa sapere cosa ne pensa il vescovo su questo o quel punto, ci interessa sapere cosa dice il catechismo, ci interessa come si è espresso il Papa su quell'argomento. E in parrocchia – specialmente quando ci sono delle tensioni e agitazioni – ci interessa sapere come si è comportato il sacerdote. Ma questa è solo una dimensione.

Inoltre, vorrei offrirvi il pensiero prima menzionato in modo del tutto generale: la disponibilità a ricevere consigli. Voi laici vivete nel matrimonio. O anche nelle relazioni: genitori e figli. Un partner vede le cose in modo diverso, i figli spesso hanno buone idee, gli adolescenti a volte lo dicono in modo brusco... – ma quanto è preziosa anche qui l'umiltà di chiedere consiglio o la disponibilità a sottomettersi!

Qui tocchiamo un tema che è molto sensibile al giorno d'oggi, ovvero l'atteggiamento verso l'autorità in generale. Oggi è molto difficile per noi sottometterci. Ma notate (torniamo di nuovo al contesto della vita ecclesiale): la Chiesa fin dall'inizio è una comunità guidata dall'autorità. Gesù era chiaramente un'autorità per i suoi discepoli, e gli apostoli erano chiaramente un'autorità tra gli altri discepoli e per le folle che seguivano Gesù. Quindi, se noi fossimo così conformisti ai tempi moderni che non abbiamo la capacità di tollerare nessuna autorità, che critichiamo immediatamente tutto, vale a dire che siamo sempre noi stessi l'unica autorità, allora non saremmo sulla strada giusta. Va sottolineato – e vorrei evidenziarlo – che la nostra disponibilità a sottometterci all'autorità non deve essere condizionata dal fatto che l'altro non commetta errori, che non si sia mai sbagliato. In questo senso considero straordinario che i fratelli si siano rivolti al vescovo, come se dicessero: “Padre Vescovo, abbiamo bisogno che lei esprima il suo parere su come viviamo qui sul Carmelo...”

Consegnando la regola carmelitana, icona moderna

Come secondo punto, vorrei sottolineare in questo contesto: il vescovo Alberto nella regola scrive: “Molte volte e in molti modi i santi padri hanno stabilito...” (qualcosa di simile a quello che voi ora chiedete). Notate che approccio magnifico ha adottato santo Alberto in quella situazione. Sono convinto che Alberto doveva essere un uomo molto maturo e interessante. E quando i fratelli vengono da lui con la loro richiesta, lui comunica loro: “Guardate, ci sono già molte comunità che vivono in modo simile e molte regole per queste comunità che già esistono! Ma dal momento che vi rivolgete a me, va bene. Allora vi scriverò regole che saranno utili per voi.”

Cosa c'è di meritevole di attenzione? Sicuramente anche voi lo avrete notato su di voi: a volte, sotto pressione, a causa della responsabilità o della nostra stessa insicurezza (e in qualche modo anche della nostra vanità), percepiamo solo noi stessi, come noi vogliamo risolvere la questione. A volte la nostra originalità si trasforma in una convinzione illusoria: io porto qualcosa di completamente nuovo! Una volta, quando eravamo ancora seminaristi, mons. Kavale ci avvertì da un comportamento simile. Ricordo come ci esortava: “Ragazzi, quando arrivate in una parrocchia, non pensate: qui comincia tutto con me! Quelli che erano prima di me, erano o pigri o stupidi. Qui in questa parrocchia inizia tutto con me!...” E così anche il vescovo Alberto sembrava dire ai carmelitani: “Giovani, ci sono già molte comunità! E ci sono già molte regole!” Cari fratelli e sorelle, ritengo molto utile per noi anche questa indicazione che non siamo gli unici. Per essere umili. Per renderci conto che non solo noi stessi siamo qui con il nostro impegno, ma che Dio benedice anche molte altre persone e le guida. E notate che questo richiamo agli altri non porta affatto a indifferenza o indebolimento, come se il vescovo Alberto avesse suggerito: “Quindi, in effetti, non importa secondo quali regole vivete e come vi comportate. Scegliete pure una qualsiasi di quelle regole esistenti, non importa, basta avere un cuore devoto – e questo è sufficiente...“ L'atteggiamento di Alberto sembrerebbe esprimersi piuttosto con le parole: “Guardate, ci sono molte comunità, ci sono molte persone che si sforzano tanto quanto voi. Ma se lo desiderate, io vi scriverò come immagino debba essere la vostra vita in futuro...”

Anche nella nostra vita è un segno di maturità quando riusciamo a percepire come gli altri si sforzano. Quando non ci sentiamo gli unici al mondo. Quando siamo in grado di apprezzare quanto gli altri si impegnano. E quando tutti noi ci rendiamo conto: io non sono loro. Oggi si avverte molto il bisogno di un auto-accettazione corretta. Devo vivere la mia vita in modo tale che risponda alla mia situazione, alle mie capacità (a ciò che Dio mi ha dato) e alla mia chiamata.

Qui affrontiamo un'altra questione interessante, ovvero se e in che misura il santo Alberto abbia fatto riferimento nella regola per i carmelitani a ciò che già vivevano sul monte Carmelo prima di chiedere la stesura della regola. Non è affatto chiaro in quale fase della loro esperienza i carmelitani si siano rivolti al vescovo con la loro richiesta. Potrebbe essere che la loro comunità si stesse ancora formando e quindi il loro esperto vescovo fosse stato chiesto di dare una direzione di base alla loro comunità. Piuttosto però (secondo il parere degli storici) i fratelli avevano già qualche esperienza di vita eremitica sul Carmelo. Ma è molto possibile che la richiesta di una regola da parte del vescovo fosse un incentivo completamente esterno, cioè che qualcuno avesse sollevato critiche contro la loro comunità e l'avesse accusata (come accadeva allora spesso) di non essere affidabili nella fede. Oppure semplicemente che il modo in cui vivevano sul Carmelo avvenisse – per così dire – alle spalle del vescovo. E un'accusa del genere sarebbe stata una ragione sufficiente affinché i fratelli andassero dal vescovo e gli chiedessero: “Padre Vescovo, teniamo davvero molto a conoscere la Sua opinione su come dobbiamo vivere come eremiti sul Carmelo! Ma già da un certo tempo viviamo in questo e in quest'altro modo...“ E come ho detto prima: il vescovo non si è posto in quel modo dicendo loro: “Dimenticatevelo! Io sono il più intelligente e ora vi dirò cosa fare.” E allo stesso tempo è difficile pensare che loro gli abbiano detto: “Padre vescovo, faccia come crede, non importa. Noi possiamo tranquillamente mettere da parte ciò che ci ha fatto bene e ciò che abbiamo sperimentato e aderire solo a quello che ora ci prescrive...” I fratelli si sentivano in qualche modo obbligati a vivere sul Carmelo in modo simile a come avevano fatto finora. Cosa li impegnava a farlo? Ciò che Dio finora aveva benedetto in quel luogo e ciò che già avevano vissuto lì. E quindi riteniamo che anche il vescovo Alberto abbia preso sensibilmente in considerazione questo aspetto quando ha redatto la regola.

E in questo vedo ancora qualcosa di istruttivo per ciascuno di noi. Dio a volte può provocare un cambiamento fondamentale nella nostra vita, attraverso il quale improvvisamente ci viene data una nuova direzione. Ma oserei dire che non lo fa molto spesso. Molto più frequentemente le sue sfide nella nostra vita rispettano una certa continuità. Così poi quello che abbiamo già vissuto in passato, anche se può essere stato doloroso, non lo scartiamo, non lo negiamo, ma lo portiamo con noi e costruiamo su di esso.

Quindi si uniscono da un lato la consapevolezza umile che non siamo gli unici, e dall'altro la convinzione che non possiamo tradire come Dio ci ha guidati in passato, ma dobbiamo costruire su di esso. Ed è interessante che i carmelitani, quando il santo Alberto scrisse quelle regole, fecero tutto il possibile affinché potessero seguirle anche in futuro. E arrivarono periodi in cui fu molto difficile mantenerle.

Ritorniamo brevemente alla storia. Ci sono stati moltissimi gruppi, come quello dei gruppi di eremiti sul Carmelo. Vescovi e la Curia papale erano preoccupati per la confusione della situazione e per gli abusi di ogni tipo, e così il quarto concilio lateranense (nel 1215) stabilì che da allora in poi, quando nasceva un nuovo gruppo, doveva prendere come regole per la propria vita qualche antica regola che fosse comprovata e sostenuta dall'autorità di qualche santo – Sant'Agostino, San Basilio, San Benedetto. Questo esercitò una forte pressione anche sui carmelitani, anche se la nascita della loro comunità e la stesura della regola si erano già svolte prima dell'accennato concilio. Ma dovettero faticosamente dimostrare ovunque la loro validità. E proprio in quel momento avrebbero potuto fare ciò che fece San Domenico, quando adottò la regola di Sant'Agostino e la completò con le sue indicazioni. Qualcosa di simile avrebbe rappresentato una variante molto più semplice per giustificare l'esistenza di un giovane e poco noto ordine dal Carmelo.

Ma i carmelitani non volevano rinunciare alle loro regole. Hanno mobilitato forze, hanno sviluppato gli sforzi diplomatici necessari tra le persone influenti e presso la Curia papale e sono riusciti a ottenere i necessari decreti papali. Ciò dimostra che la regola di Alberto non era davvero qualcosa da cui sarebbero stati pronti a rinunciare.


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