Kateřina Lachmanová
È un fatto molto interessante e forse poco conosciuto che alla base della seconda conversione di Teresa si trova una forte esperienza eucaristica. Questa esperienza ha segnato l'inizio di un profondo processo di cambiamento interiore, di maturazione nell'amore per Dio, che immediatamente ha cominciato a manifestarsi con un nuovo amore per le persone, il desiderio di collaborare alla salvezza degli altri. È necessario sottolineare che questo processo di rapida maturazione inizia non per sua decisione o per un aumento di sforzo, ma come un dono di Dio, una potente esperienza di fede durante la messa di mezzanotte nel Natale del 1886.
Teresa ha meno di quattordici anni e sta vivendo un periodo molto difficile. Già da diversi anni, si manifesta in lei una forte squilibrio emotivo, probabilmente conseguenza di un profondo trauma vissuto all'età di quattro anni, quando ha perso sua madre, e del recente distacco dalle sorelle maggiori, che stanno progressivamente andando al Carmelo. Pavlína è stata per lei, dalla morte della mamma, una madre sostitutiva, quindi vive la sua perdita con grande difficoltà. Con la sua partenza tre anni prima, Teresa ha vissuto una grave malattia di natura psicosomatica, dalla quale è stata miracolosamente guarita tramite la Vergine Maria. I problemi fisici sono scomparsi, ma la fragilità psicologica permane. Esternamente, le esercitazioni scolastiche vissute a tredici anni hanno contribuito in modo negativo: in quel periodo il "terribile male della scrupolosità", come lo chiama, ha iniziato a manifestarsi in Teresa, il cui effetto l'accompagnerà anche al Carmelo.
In sintesi, a quattordici anni, Teresa mostra una tale ipersensibilità che è "veramente insostenibile", come poi si esprimerà. Si concentra quasi esclusivamente su se stessa (anche nella sua vita spirituale), piange per ogni piccolezza, e quando se ne rende conto, piange perché prima ha pianto inutilmente e ha rattristato gli altri. Seppur abbia buona volontà, questa non basta a un cambiamento sostanziale. Dall'esterno, nessuno probabilmente crederebbe che in meno di due anni sarà in grado di entrare al Carmelo e iniziare una vita ascetica completamente dimentica di sé, completamente orientata alla salvezza degli altri. Lei stessa scrive più tardi: "Non so come potessi nutrirmi del dolce pensiero di entrare al Carmelo mentre ero ancora in fasce!... Dio doveva fare un piccolo miracolo per farmi crescere in quel momento, e questo miracolo avvenne nel giorno indimenticabile di Natale. In quella notte luminosa, (...) Gesù, il bambino appena nato, cambiò la notte della mia anima in torrenti di luce." (AS p. 95)
Siamo soliti associare Santa Teresa di Lisieux al cammino della fanciullezza spirituale. Tuttavia, la fanciullezza spirituale non è un ritorno all'egocentrismo infantile, anche se in una qualche forma spirituale, cioè vissuta in relazione a Dio; si tratta piuttosto di una scuola superiore dell'amore. Se vogliamo diventare bambini nel senso del Vangelo, dobbiamo crescere dalle fasce, come dice Teresa. Dobbiamo smettere di essere figli nel senso dell'egocentrismo infantile, dell'attenzione su di sé, e imparare a vivere come figli di Dio, concentrati sul Padre, nella totale abbandono e dipendenza da Lui, che è la fonte della vita dei suoi figli – e nella apertura verso i fratelli e sorelle di quella immensa famiglia divina. Pertanto, Teresa scrive: "Fu il 25 dicembre 1886, quando ricevetti la grazia di smettere di essere un bambino. In altre parole, ricevetti la grazia di una totale conversione." (ivi)
Come già detto, la decisiva svolta non avvenne per sua volontà, ma per grazia. A Teresa fu dato di vivere in prima persona l'essenza del Vangelo: Gesù Cristo si è umiliato per esaltarci, è diventato debole per fortificarci, ha preso su di sé il nostro peccato affinché noi potessimo rivestirci della sua giustizia. Teresa scrive: "Qu quella notte in cui divenne debole e sofferente per amore di me, mi rese forte e coraggiosa, mi rivestì della sua armatura, e da quella notte benedetta non fui mai vinta in nessuna battaglia, ma al contrario, camminai da vittoria a vittoria e cominciai quasi a 'correre come un gigante'! La fonte delle mie lacrime si seccò e da allora si è aperta raramente e con difficoltà." (ivi)
Il paradosso del Natale ha molto in comune con il paradosso della Pasqua: nella massima umiliazione e apparente impotenza, Dio manifesta la sua massima potenza e gloria. La croce di Cristo sembra essere l'apice dell'impotenza di Gesù, ma per noi che crediamo, è espressione della potenza di Dio, come scrive l'apostolo Paolo (cfr. 1 Cor 1,18). In modo simile, Cristo già come bambino nella mangiatoia diventa debole e sofferente, totalmente dipendente dagli altri, e tuttavia non smette di essere Dio, Santo, Forte e Immortale, Colui che salva i deboli.
Pertanto, Teresa all'inizio parla del Bambino Divino, di Gesù, che quella notte è diventato per amore di lei "debole e sofferente", ma poco dopo, quando descrive più dettagliatamente l'evento natalizio, si esprime quasi in modo opposto: "Tornavamo dalla messa di mezzanotte, durante la quale ho avuto la fortuna di ricevere Dio, forte e potente." (Le ultime parole di Teresa nel manoscritto sono sottolineate.) Quindi Dio forte diventa debole (diventando paradossalmente ancora più forte!) – per scendere fino al fondo della sua debolezza e così renderla "forte e coraggiosa".
Questo avvenne dunque non durante una preghiera personale estatica, né tramite una rivelazione privata, come accaduto ad alcuni altri santi del Carmelo, ma durante la comunione nella messa di mezzanotte. (In questo momento, Teresa è per noi un'insegnante della strada ordinaria, una via percorribile da tutti.) Subito dopo il ritorno a casa, accadde un piccolo episodio che dimostrò che in Teresa era realmente avvenuto un cambiamento interiore: suo padre vide nel camino la scarpina di Teresa, preparata per i regali, e poiché era visibilmente stanco, mormorò tra sé: "Per fortuna, quest'anno è l'ultimo!" Teresa sentì questa frase dalla scala e normalmente avrebbe sicuramente seguito un fiume di lacrime. Perciò, Celina le chiede di rimanere su, per non rovinare a tutti la conclusione della festa. "Ma Teresa non era più la stessa," scrive lei stessa in seguito, "Gesù cambiò il suo cuore." (AS p. 96)
La scena lacrimosa non si verificò e per Teresa inizia un periodo ricco di grazie (anche se allo stesso tempo pieno di prove) e anche un periodo di straordinaria fecondità spirituale. Presto si apre per lei la vocazione a una intensa preghiera di intercessione e sperimenta il primo grande incoraggiamento nella miracolosa conversione del peccatore Pranzini. Ciò che è fondamentale, tuttavia, è che dopo una così forte esperienza della misericordia di Dio, che si piegò su di lei nella sua miseria e incapacità, Teresa non sarà incline a attribuire i successivi successi spirituali a se stessa – né i propri progressi spirituali, né i momenti in cui riesce ad aiutare qualcun altro, sia con un consiglio che con una preghiera. Così come Pietro doveva vivere la sua impotenza di pescatore attraverso una notte di lavoro vana, per poi al mattino apprezzare il miracolo della pesca e soprattutto il suo Autore, Cristo, anche Teresa dovette assaporare fino in fondo il contrasto tra la sua debolezza e la potenza di Dio, affinché in seguito sapesse a chi appartiene la lode e la gloria: "Questo tesoro abbiamo però in vasi di creta, affinché si possa vedere che questa straordinaria potenza è di Dio e non da noi," insegna san Paolo (2 Cor 4,7). Più tardi Teresa si esprime così: "In un solo istante Gesù compì un'opera che non sarei stata in grado di realizzare in dieci anni. Si accontentò della mia buona volontà, che non mi è mai mancata. Potevo dirgli come gli apostoli: 'Signore, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla.' A me Gesù fu ancor più misericordioso che ai suoi discepoli, prese lui stesso la rete, la gettò e tirò su il pieno di pesci. Da me fece pescatrice di anime, sentii un grande desiderio di lavorare per la conversione dei peccatori, un desiderio che prima non avevo mai sentito così vivo. In una parola, sentii che nel mio cuore era entrata l'amore fraterno, la necessità di dimenticare me stessa per far felici gli altri, e da quel momento fui felice!" (AS, p. 96.)
"Sentii come nel mio cuore entrò l'amore fraterno (la charité)," scrive Teresa. Probabilmente non sa neppure di pronunciare un'affermazione teologica molto precisa, perché l'apostolo Paolo aveva già scritto molto tempo prima: "L'amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo, che ci è stato dato." (Rm 5,5) "L'amore è da Dio," proclamava similmente l'apostolo Giovanni (1 Gv 4,7), aggiungendo: "Noi amiamo perché Egli ci ha amati per primo." (1 Gv 4,19) Non possiamo quindi amare solo sulla base del fatto che Dio ci ordina di amare. Non possiamo amare per Lui, ma in Lui; affinché possiamo vivere d'amore, tutti abbiamo bisogno di ricevere il suo amore.
Qualcosa di simile accade in modo particolare ad ogni celebrazione dell'eucaristia. Non in modo automatico, ma attraverso una fede viva. Potremmo forse paragonare la comunione con un pezzo d'uranio: l'uranio sembra una semplice pietra, eppure in esso è nascosta un'energia immensa. Tuttavia, affinché essa si liberi e possa avvenire una reazione a catena, bisogna sapere come fare. I fisici nucleari hanno sviluppato a tal fine degli incredibili dispositivi, con i quali oggi sono in grado di provocare una reazione nucleare e liberare quella enorme energia (quello a cui l'umanità la utilizzerà, è un'altra questione).
Anche noi cristiani abbiamo a disposizione una sorta di dispositivo "fissile" – sono le cosiddette virtù divine (teologali): fede, speranza e carità. Divine perché ci vengono donate da Dio durante il battesimo come equipaggiamento, basta tirarle fuori e usarle. La fede riesce a vedere nell'ostia bianca Cristo, il Figlio di Dio, che è lo stesso ieri, oggi e per sempre; la carità è capace di abbracciarlo, di unirsi a Lui; e la speranza ci permette di perseverare nella fede e nell'amore anche in situazioni in cui non percepiamo Dio in alcun modo, quando sembra che il suo aiuto sia lontano e ci sentiamo sopraffatti dalla nostra debolezza. La speranza è infatti ancorata non nei sentimenti e nella realtà visibile, ma nelle promesse di Dio. Potremmo dire nell'amore di Dio per noi e nella potenza di Dio. La speranza è una sorta di magnete che ci attrae lungo il cammino e ci aiuta a superare ostacoli, tentazioni di scoraggiamento e aridità.
Queste tre virtù divine, infuse in noi durante il battesimo, devono però essere "attivate", messe in moto – soprattutto nell'accoglienza dei sacramenti. C'è infatti una differenza se ci avviciniamo alla comunione con fede o senza fede: è una differenza simile a quella tra un fisico nucleare e un bambino di pochi anni che si avvicina a un pezzo di uranio. Il bambino potrebbe tenerlo in mano per un po' e poi dismetterlo, perché a prima vista non è particolarmente attraente. Il fisico sarà in grado di liberare da esso un'energia immensa, che porterà luce, calore, muoverà macchine nelle fabbriche e dispositivi negli ospedali etc.
Sappiamo che durante la messa, prima della consacrazione, il sacerdote invoca lo Spirito Santo non solo sui doni presentati, ma anche su tutta l'assemblea. Cosa succederebbe se davvero ci aprissimo a Lui con fede? La debolezza e l'inconsistenza di Teresa, unite a un grande desiderio e fiducia, parrebbero attirare lo Spirito Santo, che è anche l'amore di Dio e la potenza di Dio, in modo che Egli scendesse nel cuore di Teresa e la rendesse capace di amare, di un amore disinteressato per gli altri. Senza l'accoglienza dello Spirito Santo, che è l'amore, non sarebbe stata in grado di uscire dal suo limitato piccolo mondo, dove era al centro di se stessa con i suoi problemi, e aprire il cuore alle sofferenze del mondo – in cui però non è più lei al centro, ma l'Agnello di Dio, il Salvatore del mondo. Egli è in realtà l'unico vero Pescatore di anime; tutti gli altri possono e devono avere parte alla sua "pesca", ma solo in connessione con Lui.
Non è un caso che Teresa in seguito provi profonde simpatie verso la figura di santa Giovanna d'Arco. In una breve opera teatrale su questa santa, che scrisse per le sue sorelle, scrive di lei:
Ella è solo una povera pastorella,
ma Dio è Onnipotente:
alla timida fanciulla vuole donare
un cuore infuocato e uno spirito combattivo.1