A margine di una predica fallita

P. Gorazd Cetkovský, O.Carm.

Certo anche a voi, che non siete sacerdoti, è venuto in mente a volte com'è predicare durante le liturgie e com'è prepararsi per una predica. Recentemente mi è successo durante una preparazione per una messa feriale che "non riuscivo". Non so come vivano queste situazioni gli altri sacerdoti, a me poi vengono tentazioni di completa scetticismo. Si sentono sussurri come: "Tanto è tutto vano! Nessuno aspetta una predica... Tu ti dibatti disperatamente qui e la gente aspetterà solo che tu finisca!" E simili malinconie. Questa volta non ho allontanato questi dubbi, ma mi sono confrontato con loro – li ho presi come punto di partenza nella mia meditazione. E ora vorrei offrirvi i miei pensieri affinché possiate anche voi, se volete, applicarli a voi stessi.

Forse ci gioverebbe se ognuno di noi prima della liturgia o all'inizio della riflessione (ancora prima che il predicatore apra bocca per iniziare quei pochi minuti di discorso) si ponesse mentalmente la domanda: Se potessi scegliere tra tre opzioni:

  1. ascoltare una parola rassicurante e bella, oppure
  2. dare una bella parola, oppure
  3. rimanere completamente in silenzio,

quale sceglierei?

E ora cerchiamo di sviluppare un po' cosa possa significare la risposta che ci daremmo.

Perché alcuni di noi (o a volte) potrebbero scegliere il silenzio? Non penso sia solo per comodità. Forse piuttosto perché le parole intorno a noi risuonano in gran numero, ci sentiamo sopraffatti dalle informazioni e dalle impressioni oltre il limite che possiamo sopportare. Perciò sentiamo intuitivamente di aver bisogno di quiete e tempo per poter elaborare anche quella inondazione. In profondità dentro di noi c'è un bisogno di essere nel silenzio. E a volte è molto, molto forte. Più forte del desiderio di ascoltare qualcosa di nuovo.

O quindi sceglieremmo l'opzione di dire noi stessi una bella parola? Ma questo significa che in quel momento ce l'abbiamo dentro! E qui è il momento di ammettere senza falsa umiltà: avere nel cuore una bella parola, una parola che è viva in me, importante e "mi sostiene", che trabocca da me – questo è una grazia, un grande dono. Davvero! Tuttavia a volte ci sembra che non ci sia nessuno a cui dirlo. Davanti a chi pronunciarlo. E qui dobbiamo ricordare con urgenza: abbiamo sempre qualcuno a cui dirlo. Possiamo sempre pronunciare ciò che è forte (o anche pesante), ciò di cui siamo colmi, a Dio. Volgerci a Lui con esso! Altrimenti non ci liberiamo davvero dal circolo vizioso delle nostre rimostranze, secondo cui nelle preghiere chiediamo solo.

Ma molto probabilmente – nonostante tutto ciò che ho messo in discussione all'inizio – durante la liturgia molti di noi vogliono davvero ascoltare una bella parola. Ma: ci riuscirà il predicatore? E anche se si impegna onestamente e prova in ogni modo arduo, è garantito che "colpirà" le nostre aspettative? Anche qui c'è una "giacca di salvataggio in caso di naufragio": possiamo recuperare interiormente qualche bella parola che abbiamo ascoltato in passato. Qualcosa che già ha svolto un buon lavoro nel nostro cuore e ha portato frutti. E ciò ci farà meno dispiacere se non riusciamo a "accordarci sulla stessa lunghezza d'onda" con il predicatore. Abbiamo sempre la possibilità di attingere da quei nostri vecchi tesori!

Quindi, pur non avendo pensato a nessuna predica su una lettura specifica della Scrittura in quel giorno feriale, sono grato per i pensieri che ho realizzato in relazione a ciò e ora voglio portarli con me. I sacerdoti esperti hanno seguito nel guidare i parrocchiani e nella loro educazione nella fede il principio: "Non dare mai niente per scontato." Questo significa non esitare a cominciare ripetutamente da zero. Nella nostra situazione: il requisito che durante la liturgia ci sia una predica presuppone che abbiamo bisogno di ascoltare una parola e che siamo aperti ad essa. Ma è davvero così ogni volta?

È necessario ascoltare il proprio cuore. Chiedergli sinceramente se è pieno o vuoto, se ha bisogno di essere messo in movimento o lasciato riposare. Ne vale la pena. E credo che anche Dio stesso desideri questo: che trattiamo bene il nostro cuore. La nostra interiorità è la nostra casa più intima e allo stesso tempo il tempio in cui Lui vive e dove Lo incontriamo. Già san Paolo ci ha esortato a trattare il nostro cuore come un tempio.

E così, a margine di una predica non riuscita per un giorno feriale specifico, ci è venuta in mente un'ispirazione utile per ogni giorno e per qualsiasi occasione. Non esitare a deviare dallo schema abituale e chiedere al tuo cuore... Come ci chiede cortesemente la commessa o il farmacista. Come chiediamo ai bambini piccoli, anche se i loro desideri non sono per noi ordini... Ma questo sarebbe già un'altra riflessione.