„Le buone opere non sono compiute se non dalla forza di Dio“
(Canto spirituale 35,7)
Per l'uomo “moderno”, come lo richiede la pubblicità: giovane, dinamico, energico, sicuro di sé, di successo e sano, questa frase di San Giovanni della Croce è certamente provocatoria; la liquiderebbe con un sorriso forzato. E un altro, che – come si dice – “crede in Dio”, piuttosto la metterebbe in dubbio, che accettarla. “Cosa? Non posso dimostrare da solo qualcosa di buono? – E come la mettiamo con quelli che non credono affatto in Dio? …” L'affermazione di San Giovanni della Croce diventa comprensibile quando ci troviamo di fronte a un mucchio di cocci che abbiamo creato – “Del resto, mi sono impegnato così tanto!” – oppure un intento – “Del resto, avevo buone intenzioni!” – non porta il successo atteso. Solo allora questa affermazione diventa piena di speranza. Mi dicono ciò che oggi nessuno avrebbe voglia di dire così in fretta: che – in ogni caso davanti a Dio – non devo sempre essere quello di successo, potente. Dio non si aspetta da me una “volontà forte” con cui tutto riesce, non si aspetta sempre un’azione “perfetta” dalla mia forza. Davanti a lui – in ogni caso davanti a lui! – non devo mostrarmi in “forma”, mostrargli cosa so fare e che so fare qualcosa. Lui sa che le sue “buone opere non possono essere compiute se non dalla forza di Dio”. In San Giovanni della Croce ci imbattiamo nell'immagine di un uomo completamente diverso da quello che ci racconta lo spirito della società moderna – e non di rado anche il dito indice “della Chiesa”. Perché prendendo sul serio la rivelazione biblica, San Giovanni sa che l'uomo qui sulla terra non è creato “completato”, finito – e dunque non può essere “perfetto”, né nel suo carattere né nella sua azione! Teologicamente, la Chiesa ha fatto presente questa realtà, che siamo esseri difettosi, con l'insegnamento sul peccato originale, sotto il quale tutti – tutti gli uomini! – soffrono. E in San Giovanni della Croce ci imbattiamo in un'immagine di Dio che, dai tempi di Gesù, continua a cadere nell'oblio. Come “madre amorevole”, dice San Giovanni della Croce, è Dio, la cui gioia e preoccupazione è che l'uomo creda che ama la sua creatura ancora imperfetta – e nella forza di questa fede si sviluppa e cresce in un essere umano maturo per l'eternità. Non è quindi necessario che io continui a mostrare migliori prestazioni davanti a Dio, sempre più “buone opere” e visibili “miglioramenti” del mio carattere; piuttosto, è importante fidarsi di lui – “madre amorevole” – che, nonostante la mia imperfezione, sono amato e accettato da lui. “La perfezione cristiana”, dice Teresa di Lisieux, buona “allieva” di San Giovanni della Croce, “non consiste nel essere perfetti, ma nell'accettare perfettamente l'imperfezione”.
Tutto l'”impegno non illuminato” per la “perfezione”, che ha causato farisaismo o rassegnazione, spesso anche nevrosi e complessi di colpa, si rivela così come un atteggiamento pagano, il cui scopo è – sotto il manto di pietà e spiritualità – in fin dei conti solo il sé. Questo “paganesimo” – lo ha visto San Giovanni nella sua epoca con intransigente chiarezza – è tra i credenti, nella chiesa e nella società, in ognuno di noi.
“La perfezione”, che ora è importante, è secondo l'insegnante della Chiesa San Giovanni della Croce questa:
- rinnovare e correggere continuamente la propria immagine davanti a Dio alla “sorgente”, al Figlio di Dio Gesù di Nazaret, che è diventato uomo: un compito di vita che richiede molta “perfezione”;
- imparare a vedere se stessi sempre più realisticamente, sempre più veritieri, con i propri lati buoni e con quelli imperfetti (questo è inteso con la parola “umiltà”, che spesso viene fraintesa): in questo ci aiutano le persone che hanno fatto esperienza con se stesse e con Dio, anche coloro che ci “esortano fraternamente”, anche “grandi” come San Giovanni della Croce;
- e fare poi “il meglio possibile” da ciò, senza rassegnarsi né sopravvalutarsi oppure subire il “pressione da perfezione”. Solo allora le nostre “buone opere” diventeranno una collaborazione con Dio – che ha voluto così affinché fosse anche da noi “dipendente”: perché lui non ha oggi altre mani e altre gambe se non le nostre.
P. Ulrich Dobhan, OCD
La pura contemplazione consiste nell'accettazione
(Fiamma viva d’amore 3,26)
Più spesso che in tempi passati si parla di “contemplazione”. Parliamo di “stile di vita contemplativo”, di “meditazione contemplativa”, di “lotta e contemplazione”… Sembrerebbe quasi che “l'onda della meditazione” degli anni settanta e ottanta sia stata sostituita da “un'onda di contemplazione”. Già solo la parola ha un'eco di qualcosa di speciale, misterioso, superiore e unico… Per essere o diventare contemplativo – così si pensa di solito – si deve vivere, se possibile, in ritiro e compiere regolarmente certe “pratiche spirituali”: mantenere il tempo di preghiera, meditare, avere colloqui spirituali…; nei conventi dei cosiddetti “ordini contemplativi” si presta nuovamente maggiore attenzione al rispetto della clausura, a mantenere il contatto il più ridotto possibile con il “mondo”, compresi i familiari, e nel contempo la grata del parlatorio è considerata un elemento indispensabile “di segno”. La meditazione sotto forma di concentrazione dello spirito e immersione dell'anima in solitudine è considerata una condizione necessaria per arrivare alla contemplazione, “il livello superiore” della vita spirituale. C'è l'idea che l'uomo debba solo compiere il necessario – più “pratiche spirituali”, meglio è! –, poi raggiungerà anche questo obiettivo. Al contrario, la parola di San Giovanni della Croce suona come un programma contrastante: “La pura contemplazione è nell'accettazione.” Non sforzi e esercizi, né nemmeno le apparenti circostanze esterne stanno in primo piano, non l'azione umana in generale, ma la convinzione che Dio sta facendo qualcosa; spetta all'uomo essere aperto a questo. La parola “a mani vuote” o “cuore d'ascolto” dice certamente di più rispetto al concetto di “pratiche spirituali” su ciò che rende l'uomo contemplativo. Si può imparare la contemplazione? Come un'abilità? Come “arte”? In nessun modo! Questo lo sottolineano costantemente sia Giovanni della Croce che Teresa d'Avila, entrambi “competenti” per queste questioni. Le loro opere quindi mettono in discussione molte delle concezioni e indicazioni comuni per una “vita contemplativa”. E come “accettazione”? Sì. Solo che qui bisogna tenere presente cosa significa “accettazione”. Non imparare “tecniche” di preghiera o meditazione, “svuotarsi”, “stile di vita ritirato”, ma essere disponibili, e questo nel luogo dove ci troviamo. Essere aperti alla realtà che ci circonda, essere flessibili, cambiabili, non insistere sulle proprie “principi”, essere come la “cera morbida” (per usare l’immagine di Teresa), sulla quale può essere impressa un sigillo – questo è fondamentale esercitarsi. Questo spesso significa fare (e essere) quasi il contrario di ciò che viene detto e scritto in tanti manuali per la “vita contemplativa”. San Giovanni sapeva cantare su questo nella sua epoca! Per lui questo è meglio e più esemplarmente evidente in Maria, su cosa sta realmente in gioco. Non – come si canta di lei – che fosse ritirata in un angolo a Nazaret, ma la sua attitudine a essere disponibile per Dio e per il compito che Egli ha per lei. Il suo “Sono la serva del Signore, sia fatto secondo la tua parola!”, la rende grande nella contemplazione. La contemplazione – significa: “accettare” il compito che Dio ha per me, “accettare” la conoscenza che corregge il mio modo di pensare finora, “accettare” la persona che in questo momento viene da me, ascoltare “il messaggio gioioso” che il Padre mi ha già detto a lungo, “accettare” la notte della fede, in cui Dio si nasconde… Essere una persona contemplativa, tutti possono impararlo, indipendentemente dallo stato e dalla vocazione personale: uno in un “convento contemplativo”, un altro “in mezzo al mondo”; e solo un contemplativo chiama Dio nei cosiddetti “ordini attivi”… – La vita contemplativa, verso la quale guida l'insegnante della Chiesa Giovanni della Croce, non fa distinzioni tra stati e trascura le divisioni che noi esseri umani facciamo.
P. Ulrich Dobhan, OCD
Indicare la propria necessità invece di chiedere ciò che si desidera
(Canto spirituale 2,8)
Solo una volta in tutta l'opera, in una piccola quartina, si parla esplicitamente di Maria da parte di Giovanni della Croce:
Con la parola divina
la fanciulla incinta
arriva per strada:
dateli un riparo!
In altri dodici luoghi ne fa menzione come se fosse incidentalmente. Alcuni di questi posti, però, mostrano cosa pensa di Maria Madre di Gesù: per lui è – come già per il gruppo di fondatori del suo ordine nei monti del Carmelo all'inizio del XIII secolo – un esempio di persona spirituale, contemplativa. La sua intera opera, che si occupa della vita dell'uomo nella sua relazione personale con Dio, parla dunque in un certo senso di lei. In un punto, quando fa riferimento al suo esempio, non solo menziona il suo nome, ma indica anche eventi della sua vita, che proprio vorrebbe avvicinare al lettore. Qui gli interessa la corretta comprensione della preghiera intercessoria. Il testo completo, da cui sono state tratte le nostre riflessioni, è: L'uomo spirituale si limita a presentare al suo Amato la sua miseria e la sua tribolazione; perché chi ama con saggezza, indicherà solo la sua necessità, invece di chiedere ciò che desidera. Così rimane all’Amato il modo di aiutare. Così disse la beata Vergine al suo Amato Figlio durante il matrimonio (a Cana): Non hanno vino. La spiegazione parla da sé. Ancora una volta San Giovanni cerca – per un buon motivo – di porre davanti ai nostri occhi uno specchio del nostro rapporto superficiale, alla fine ancora troppo egoistico con Dio. Attraverso l'esempio di Maria mostra cosa intendeva davvero Gesù quando disse agli apostoli: “Chiedete e riceverete!” Ditemi della vostra miseria e della miseria dei vostri prossimi – ma non prescrivetemi cosa devo fare. Fidati che so meglio cosa deve allontanare la miseria. Essere un “ricevente”, aperto al mio modo di rispondere alla tua miseria… San Agostino, le cui opere San Giovanni ha studiato diligentemente, una volta scrisse: “Perché Dio ci porta a pregare? Lui già sa cosa è necessario per noi, prima ancora che noi glielo chiediamo.” Possiamo eseguire questa parola solo in tal modo che il nostro Signore e Dio non vuole conoscere la nostra volontà, che non può certo essere sconosciuta a lui. È piuttosto che la nostra preghiera dovrebbe rafforzare il nostro desiderio di ricevere ciò che Dio intende darci. Perché il suo dono è veramente grande, ma noi siamo piccoli e limitati nella ricezione. Ecco perché ci dice: “Apritevi, per non tirarvi lo stesso giogo degli infedeli.” (1 Cor 6,13 e seg.) Il richiedente, che si aspetta da Dio già una soluzione definita ai suoi problemi, diventa cieco alla vera “esecuzione della preghiera”, che spesso è piena di sorprese e avventure – e cieco alla benedizione che può consistere nella miseria che Dio (apparentemente) non sta cambiando.
P. Reinhard Körner, OCD
Da Karmelimpulse II/1992, pp. 5–9
tradotto da Dr. Vojtěch Pola