La Chiesa può convincere le persone fintanto che i suoi messaggeri sono disposti a farsi ferire.

„Ho combattuto il buon combattimento,“ dice Paolo al suo allievo più caro Timoteo di fronte alla morte, mentre guarda retrospettivamente il percorso della sua vita. Da queste parole si evince che Paolo amava essere considerato un combattente, un uomo d'azione, sì, un carattere combattivo. … (La lotta di San Paolo non era quella di un carrieraista, di un potente, e tanto meno di un governatore o di un conquistatore. Era una lotta, come la descrive Teresa d'Avila: le sue parole „Dio vuole e ama le anime coraggiose“ sono spiegate dalla frase successiva: „La prima cosa che il Signore fa ai suoi amici, quando sono debilitati, è quella di dare loro coraggio e di togliere la paura della sofferenza“.)

Il fatto che Paolo si mette in gioco, non si risparmia, si espone ai colpi e si lascia consumare per il Vangelo lo rendeva credibile. Dalle sue lettere sappiamo che era tutt'altro che un grande oratore. „Quando è qui, è un poveretto e il suo discorso non vale nulla“ (2 Cor 10,10), dicevano i suoi avversari. Paolo non agiva attraverso una retorica brillante e strategie raffinate, ma mettendo in gioco e offrendo se stesso per il suo messaggio. Anche oggi la chiesa può convincere le persone fino a quando i messaggeri sono disposti a farsi ferire. Dove manca la volontà di soffrire, manca la prova decisiva della verità, su cui la chiesa è chiamata. La sua lotta può essere sempre solo la lotta di coloro che sono disposti a mettersi in gioco – è la lotta dei martiri.

(card. Joseph Ratzinger, meditazione sulla festa della Conversione di San Paolo Apostolo)