„E la Parola si fece carne“

Quando Giovanni utilizza la formulazione: “E la Parola si fece carne” (“carne” si intende l'uomo mortale), esprime così il passaggio dall'Antico Testamento, stipulato con un popolo eletto, al Nuovo Testamento, stipulato con “tutti i popoli, tribù, razze e lingue”, che include e si rivolge a ogni corpo e a ogni uomo. Dobbiamo prendere questa formulazione così seriamente da riconoscere che tutta l'umanità di Gesù – il suo parlare e il suo tacere, il suo gioire e il suo piangere, la sua collera, la sua ardente passione e la sua stanchezza, fino alla sua avversione per dover stare tra le persone – è un'espressione del pensiero interiore di Dio, che era già descritto in gran parte “antropomorficamente” nell'Antico Testamento. Dobbiamo riconoscere che la Parola di Dio assume realmente la forma di uomo, affinché possiamo davvero “vederla, ascoltarla e toccarla”. E dobbiamo infine essere consapevoli che ciò che Gesù dice, fa e rappresenta è sempre una trasmissione di ciò che deve rappresentare: “La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato”.

(Hans Urs von Balthasar /1905–1988/, estratto dal testo Spiritualità sacerdotale)