„L'armata rossa è qui. La città è occupata. I sovietici sono qui.” Questo era il messaggio che il 17 ottobre 1939 si diffuse nel panico per il piccolo villaggio polacco di Albertin. Proprio avevo appena terminato la messa e stavo facendo colazione, quando quella mattina memorabile accorsero spaventati i parrocchiani per dirmelo.
Temevamo questo da quando era chiaro che Germania e Russia avrebbero diviso la Polonia, ma ora le nostre paure si erano avverate. L'armata rossa era arrivata ad Albertin. (…)
Quante volte nei tempi di pace ci abituiamo a fare affidamento sulla prassi comune o sul modo consolidato di esistere quotidianamente come mezzo per aiutarci in tutto. Consideriamo tutto come garantito, ci affidiamo a noi stessi e alle nostre risorse, ci “stabiliamo” in questo mondo e solo in esso cerchiamo il nostro sostegno. Troppo facilmente confondiamo la spensieratezza con la vera felicità e ci sforziamo di trovare sicurezza solo nel senso di una vita senza preoccupazioni. Siamo circondati dai nostri amici e beni, i giorni scorrono così uno dopo l'altro, la maggior parte di noi gode di buona salute ed è soddisfatta. E non dobbiamo nemmeno desiderare molte cose di questo mondo – non dobbiamo ad esempio bramare la ricchezza, essere avari o meschini – affinché in noi nasca la sensazione che la fiducia debba essere riposta proprio nella sicurezza e nel buon vivere e che Dio non sia più importante. È uno status quo su cui facciamo affidamento, ci lasciamo trasportare giorno dopo giorno e in qualche modo trascuriamo il fatto che dietro tutto ciò c'è Dio, che è il nostro sostegno e la nostra protezione. Consideriamo scontato che domani sarà molto simile a oggi, che si svolgerà tranquillamente in un mondo che ci siamo costruiti, nella sicurezza dell'ordine stabilito, in cui abbiamo imparato a vivere, per quanto imperfetto possa essere, e di Dio non pensiamo nemmeno.
Quindi Dio deve fare qualcosa per rovesciare la nostra routine e farci ricordare ancora una volta - proprio come per Israele - che in realtà dipendiamo solo da lui, che è lui che ci ha creati e destinati alla vita eterna con lui, che le cose di questo mondo e lo stesso mondo non sono la nostra destinazione permanente, ma che apparteniamo a lui, a lui dobbiamo guardare e in tutto ci dobbiamo rivolgere a lui. E allora forse deve permettere che tutto il mondo venga capovolto, affinché ci ricordi che il mondo non è la nostra dimora permanente né il nostro destino finale, e noi così giungiamo a buon senso, comprendiamo i veri valori e ci rivolgiamo sempre più a lui, anche se inizialmente abbiamo solo tante domande e rimproveri.
(Walter J. Ciszek SJ /1904–1984/, Mi guida, capitolo 1)