Novena a San Tito

Domenica 15 maggio di quest'anno, in Roma, Papa Francesco ha canonizzato il carmelitano olandese P. Titus Brandsma, martirizzato durante la Seconda guerra mondiale nel campo di concentramento di Dachau. Martedì 26 luglio ricorre l'80° anniversario della sua morte, e la memoria liturgica si celebra il 28 luglio. Da domani potremo – ciascuno secondo le proprie possibilità – unirci alla novena a questo nuovo santo del nostro Ordine. Nei primi cinque giorni verranno pubblicati sul nostro sito testi preparati dai nostri confratelli stranieri come volantini per la canonizzazione di maggio, mentre gli ultimi quattro giorni saranno accompagnati da estratti della conferenza di P. Norberto Žuška, O.Carm. „Titus Brandsma – santo per i nostri tempi“, che è stata presentata all'incontro nazionale dei terziari quest'anno a Kostelní Vydří. Oggi pubblichiamo i dati biografici di Tito.

Titus Brandsma – santo per i nostri tempi

 

  • Breve biografia

    Giovinezza

    Anno Sjoerd Brandsma nacque il 23 febbraio 1881 a Oegesklooster, nel nord dell'Olanda, nella provincia di Frisia. I suoi genitori si chiamavano Tjitsje e Titus, e avevano quattro figlie e due figli; Anno era il secondo più giovane. Cinque dei sei fratelli intrapresero la via della vita religiosa, e un cugino di Anno divenne successivamente vescovo.

    La famiglia possedeva una grande fattoria, dedicandosi all'allevamento di bestiame, alla vendita di latte e formaggi. I cattolici costituivano una netta minoranza in Frisia e dovevano proteggere la propria fede e cultura. Il padre di Anno si impegnò in questo sia in famiglia che nella comunità locale, dove si attivò politicamente.

    Dopo aver completato gli studi superiori in un collegio francescano, Anno entrò nel Carmelo a Boxmeer. L'Ordine stava rapidamente crescendo in quel periodo, con la fondazione di diverse case religiose in Olanda. Il noviziato di Anno iniziò insieme ad altri cinque coetanei nel settembre 1898 e assunse il nome religioso di suo padre, Titus. Emette le prime promesse nell'ottobre 1899 ed è stato ordinato sacerdote il 17 giugno 1905.

    Nel 1909 ottenne il dottorato in filosofia all'Università Gregoriana di Roma. Era attratto dallo studio della spiritualità e dal giornalismo, che, insieme all'attività accademica, costituivano la principale occupazione della sua vita. Per tutta la vita dovette affrontare una salute molto fragile.

    Attività e missione

    Nel 1923, Titus fu tra i fondatori dell'Università Cattolica di Nijmegen (oggi Università Radboud), dove insegnò come professore e contribuì all'amministrazione; nel 1932/33 ricoprì la carica di rettore.

    Come carmelitano, cercò di trasmettere la spiritualità dell'Ordine a chi era interessato al di fuori dell'ambito universitario, viaggiando per tenere conferenze. Nel 1935 fu invitato in un tour di conferenze negli Stati Uniti, i cui interventi furono pubblicati in ceco con il titolo "La bellezza del Carmelo" (KNA 1992). Fece anche diversi viaggi di studio in Spagna (Teresa d'Avila) e in Germania (Teresa Neumann, stigmatizzata).

    Giornalismo

    A Titus interessava anche il giornalismo e il lavoro editoriale. Verso la fine del 1935 divenne consigliere spirituale dell'Unione dei giornalisti cattolici (all'epoca erano pubblicati oltre venti giornali cattolici nel paese e molti periodici, circa il 36% della popolazione si dichiarava cattolica). Incoraggiava le varie redazioni a rifiutarsi di pubblicare la propaganda nazista, schierandosi particolarmente contro l'antisemitismo. Al momento dell'invasione tedesca nei Paesi Bassi nel maggio 1940, Titus era consulente dell'arcivescovo di Utrecht de Jong, un noto oppositore del nazismo. Esortò i vescovi a prendere una chiara posizione contro la persecuzione degli ebrei e la violazione dei diritti umani. Con questo comportamento attirò l'attenzione dell'amministrazione di occupazione.

    Detenzione e martirio

    Il destino di Titus fu sancito dall'opposizione della stampa cattolica alla propaganda nazista. Titus accettò di consegnare personalmente in ogni redazione una lettera dei vescovi olandesi che vietava di soddisfare le richieste degli occupanti e di pubblicare articoli e annunci ufficiali nazisti. Prima del suo arresto, avvenuto il 19 gennaio 1942, riuscì a visitare quattordici redazioni.

    Inizialmente fu internato a Scheveningen e Amersfoort, e a giugno fu trasferito a Dachau. Nelle dure condizioni del campo di concentramento, la salute di Titus peggiorò rapidamente; nella terza settimana di luglio fu ricoverato in ospedale. Subì esperimenti medici e il 26 luglio 1942 fu ucciso con un'iniezione di fenolo. Nel giorno della sua morte i vescovi olandesi pubblicarono una lettera pastorale contro le deportazioni degli ebrei (che divenne un pretesto per lo sterminio degli ebrei convertiti al cattolicesimo, ad esempio Edith Stein).

    Prima di essere giustiziato, pregò Dio per la suora che gli somministrò l'iniezione letale. Le ottenne la grazia del pentimento e le donò il suo rosario, anche se lei si difese dicendo che non praticava più da tempo (questo era vietato alle suore della Croce Rossa dai nazisti). Pochi anni dopo, questa donna, in cerca di perdono, cercò il Priore del Carmelo e testimoniò nel processo che portò alla beatificazione di Titus il 3 novembre 1985.

    volantino: Titus Brandsma – životopis (1.65 MB)

    ```html
  • 5. giorno: "Mi circondi davanti e dietro" (Sal 139,5)

    Signore, Tu hai concesso al santo Tito di appropriarsi della preghiera di Tommaso d'Aquino e, in gravi condizioni di internamento, ha saputo trarne forza e speranza; per la sua intercessione insegnaci oggi a semplificare e approfondire sempre la nostra preghiera, affinché ci sostenga anche nei periodi dolorosi della nostra vita. Ti chiediamo questo per mezzo di tuo Figlio...

    Adoro Te – Dio nascosto

    Ti adoro fervidamente, Dio nascosto nostro,
    che qui nascondi te stesso nel sacramento.
    A Te mi dedico totalmente,
    davanti a Te confesso la mia debolezza, o Dio.

    Con la vista, il tatto, il gusto, non ti percepisco
    e solo con l'udito ti riconosco certamente.
    Credo tutto ciò che ha annunziato al mondo Cristo Signore,
    in lui è dato a tutta l’umanità il fondamento della verità.

    Sulla croce hai celato solo la tua divinità,
    qui è nascosta anche la tua umanità.
    In entrambe però credo con tutto il mio cuore,
    ti prego di concedermi grazia con il ladro penitente.

    Non chiedo di vedere le tue piaghe come Tommaso,
    che io ti confesso fervidamente, Signore e Dio mio.
    Dai maggiore forza alla mia fede vacillante,
    che io speri di più in Te, e Ti ami di più.

    Frutto della morte del Signore, pane della vita,
    nel quale è data all'umanità la bontà divina,
    fa' che la mia anima viva solo di Te,
    e mediti e onori l'amore di Dio in Te.

    Buon Peliicano, Gesù, mio Signore,
    pulisci con il tuo sangue i peccatori dai peccati,
    perché una sola goccia è bastata
    per lavare tutte le colpe del mondo.

    Accogli, o Gesù Cristo, che sei qui nascosto,
    a colui che brama, e sazi il suo desiderio,
    affinché, come qui guardo con fede all’altare,
    un giorno in cielo possa vederti faccia a faccia.

    (S. Tommaso d'Aquino /1225–1274/; traduzione estratta dal Canticum n. 712)

    Dio nascosto e presente

    Molti di noi sperimentano Dio come un Dio nascosto. Non c'è niente di nuovo in questo, né è caratteristico della nostra epoca. Già due millenni e mezzo fa, in esilio, Isaia sospirava: In verità, tu sei un Dio nascosto (Is 45,15). Nel corso della storia i fedeli hanno ripetuto parole simili al Signore e Tito non è stato un’eccezione. Per lui, la segretezza di Dio era una realtà profondamente vissuta.

    Nella cella del carcere di Scheveningen, dopo pranzo, pregava il noto inno Adoro Te (Ti adoro fervidamente, Dio nascosto nostro). Ne parla nei suoi appunti dal carcere, intitolati "La mia cella": "Adoro Te è diventata la mia preghiera preferita. Spesso la canto a bassa voce, mi aiuta nella santa comunione spirituale."

    Tito conosceva questo canto a memoria. Lo pregava privatamente ogni giorno e, insieme ai suoi confratelli, sempre il sabato. Il testo lo toccava profondamente, era a lui ben noto. Così il Tito lo portò in prigione, dove lo cantava a bassa voce, in ginocchio, dopo un pasto composto da minestra e un po’ di patate o cavoli. Nella preghiera scopriva: in verità, Dio presente è nascosto. Non solo a volte, non solo in un luogo, ma sempre e in tutto: Dio si nasconde sotto la superficie delle cose quotidiane.

    Dopo il suo momento di pietà, Tito accendeva la pipa, camminava su e giù per la cella e svolgeva piccole attività, come limarsi le unghie, che "erano troppo lunghe e non avevo le forbici"... e così scopriva Dio nelle più ordinarie piccolezze – nel fumare tabacco, camminare su e giù, limarsi le unghie.

    La presenza nascosta di Dio è piena di speranza per la persona che ha imparato a riconoscerla e a viverne. La comprensione della sua segretezza può diventare talmente intima da renderci felici.

    A Dachau, il rapporto nascosto di Tito con Dio ha subito una dura prova. L'inno Adoro Te devote lo ha guidato attraverso questa prova. Quando la guardia del campo lo picchiava, pregava Adoro Te devote con il suo confratello, il carmelitano Rafael Tijhuis (che è sopravvissuto a Dachau). Ferito nel suo fragile corpo, rimase fermo nella presenza nascosta di Dio.

    volantino: Titus Brandsma – Adoro Te (1.88 MB)

  • 6. giorno: "Nel mio cuore hai infuso una gioia maggiore..." (Sal 4,8)

    Signore, Tu hai donato al santo Tito un cuore gioioso, che non si è inasprito neppure in mezzo a un grande male; per la sua intercessione proteggerci da ogni insoddisfazione, affinché oggi Ti lodiamo con gratitudine e affidiamo con fiducia tutti i nostri peccati e le sofferenze dei nostri e al Tuo misericordia. Ti chiediamo questo per mezzo di tuo Figlio...

    Cuore gioioso

    Tra le molte domande che mi pongo, nessuna mi occupa tanto quanto il "mistero" che l'umanità in evoluzione, estremamente orgogliosa dei suoi progressi, si allontana da Dio in così gran numero. È inquietante che in un’epoca di grande progresso in molti ambiti troviamo il fenomeno dell'irriverente disprezzo nei confronti di Dio da parte dell'uomo, persino il suo negare. E questo fenomeno si diffonde come una malattia contagiosa.
    Perché l'immagine di Dio è così offuscata? Perché molte persone non sono più colpite? Qual è la causa di ciò? Non è per noi una sfida lasciare risplendere l'immagine di Dio su questo mondo di nuovo in chiaro?

    Dio in cui crede Tito è un Dio estremamente attraente – e non solo per Tito personalmente, è attraente per tutti. La ragione dell'allontanamento dalla fede (cfr. citazione introduttiva) riguarda l’offuscamento dell'immagine di Dio e il modo in cui questa non è annunciata in modo che parli realmente all'uomo contemporaneo e gli riveli la vera bellezza di Dio e il suo vero volto.
    Dio in cui Tito ha creduto sin dall'infanzia, che ha scelto di seguire lungo il cammino del Carmelo, al quale ha pregato, di cui ha amato scoprire nuove belle cose (attraverso lo studio dei mistici medievali), questo Dio lo ha reso felice.
    Tito era felice nella sua fede, era un carmelitano felice. Quando, sedicenne, ha iniziato il noviziato, scrive a casa:

    Nessun piacere potrebbe darmi tanta gioia e felicità quanto la vita nel monastero. Nella cella e tra i frati sono – come ci si aspettava – completamente felice. Credo che Dio mi abbia chiamato qui, ma per favore, pregate per me affinché io possa riconoscere se stia seguendo la sua santa volontà oppure no. Se Dio non mi ha chiamato qui - cosa in cui non credo e spero che non sia così, poiché è una tale gioia - pregate dunque affinché io possa discernere cosa devo fare per piacergli. Ma come ho già detto, ora sono felice e spero che io rimanga tale.

    Perfino in prigione a Scheveningen si sentiva a casa, ha sistemato la sua "nuova cella" e parlava di felicità. Questo è testimoniato non solo dalla sua corrispondenza, in cui potremmo presumere che volesse confortare i suoi cari, ma soprattutto da un diario:

    Qui nella piccola cella mi sento completamente a casa. Non mi sono mai annoiato qui. Sono solo, è vero, ma mai Dio buono è stato così vicino a me. Anche se non posso uscire tra la gente e la gente non può venire da me, ho voglia di gridare di gioia, perché Lui è tornato a trovarmi nella sua pienezza. Lui è ora la mia unica rifugio e mi sento felice e al sicuro. Voglio rimanere qui per sempre, se Lui lo prevede. Raramente sono stato così felice e contento.

    Tito ha avuto molte ragioni per sentirsi insoddisfatto nella vita: una salute molto fragile, che spesso lo ha tradito nel momento più inopportuno; un carico opprimente di doveri, che non poteva o non sapeva delegare a nessuno; il pesante clima degli anni Trenta, che, nonostante tutti gli sforzi, si dirigeva inesorabilmente verso la guerra; le controversie con l'amministrazione occupante, l'imprigionamento. Tuttavia, era felice. Non poteva essere altrimenti. La sua felicità era data dalla conoscenza del Signore, dalla relazione con Lui, Dio stesso. Desiderava quindi rappresentare Dio ai suoi contemporanei in un modo che potesse anche chiamarli e aprirli alla felicità.

    Capisco che la gioia non viene vissuta allo stesso modo in tutte le fasi della vita e in tutte le circostanze, che a volte sono molto dure. La gioia si adatta e si trasforma, ma rimane sempre almeno un raggio di luce, che nasce dalla certezza personale che siamo infinitamente e sopra ogni cosa amati. (Papa Francesco, esortazione apostolica Evangelii gaudium 6)

  • 6. giorno: "Nel mio cuore hai infuso una gioia maggiore..." (Sal 4,8)
    6. giorno: "Nel mio cuore hai infuso una gioia maggiore..." (Sal 4,8)

    Signore, Tu hai donato al santo Tito un cuore gioioso, che non si è inasprito neppure in mezzo a un grande male; per la sua intercessione proteggerci da ogni insoddisfazione, affinché oggi Ti lodiamo con gratitudine e affidiamo con fiducia tutti i nostri peccati e le sofferenze dei nostri e al Tuo misericordia. Ti chiediamo questo per mezzo di tuo Figlio...

    Cuore gioioso

    Tra le molte domande che mi pongo, nessuna mi occupa tanto quanto il "mistero" che l'umanità in evoluzione, estremamente orgogliosa dei suoi progressi, si allontana da Dio in così gran numero. È inquietante che in un’epoca di grande progresso in molti ambiti troviamo il fenomeno dell'irriverente disprezzo nei confronti di Dio da parte dell'uomo, persino il suo negare. E questo fenomeno si diffonde come una malattia contagiosa.
    Perché l'immagine di Dio è così offuscata? Perché molte persone non sono più colpite? Qual è la causa di ciò? Non è per noi una sfida lasciare risplendere l'immagine di Dio su questo mondo di nuovo in chiaro?

    Dio in cui crede Tito è un Dio estremamente attraente – e non solo per Tito personalmente, è attraente per tutti. La ragione dell'allontanamento dalla fede (cfr. citazione introduttiva) riguarda l’offuscamento dell'immagine di Dio e il modo in cui questa non è annunciata in modo che parli realmente all'uomo contemporaneo e gli riveli la vera bellezza di Dio e il suo vero volto.
    Dio in cui Tito ha creduto sin dall'infanzia, che ha scelto di seguire lungo il cammino del Carmelo, al quale ha pregato, di cui ha amato scoprire nuove belle cose (attraverso lo studio dei mistici medievali), questo Dio lo ha reso felice.
    Tito era felice nella sua fede, era un carmelitano felice. Quando, sedicenne, ha iniziato il noviziato, scrive a casa:

    Nessun piacere potrebbe darmi tanta gioia e felicità quanto la vita nel monastero. Nella cella e tra i frati sono – come ci si aspettava – completamente felice. Credo che Dio mi abbia chiamato qui, ma per favore, pregate per me affinché io possa riconoscere se stia seguendo la sua santa volontà oppure no. Se Dio non mi ha chiamato qui - cosa in cui non credo e spero che non sia così, poiché è una tale gioia - pregate dunque affinché io possa discernere cosa devo fare per piacergli. Ma come ho già detto, ora sono felice e spero che io rimanga tale.

    Perfino in prigione a Scheveningen si sentiva a casa, ha sistemato la sua "nuova cella" e parlava di felicità. Questo è testimoniato non solo dalla sua corrispondenza, in cui potremmo presumere che volesse confortare i suoi cari, ma soprattutto da un diario:

    Qui nella piccola cella mi sento completamente a casa. Non mi sono mai annoiato qui. Sono solo, è vero, ma mai Dio buono è stato così vicino a me. Anche se non posso uscire tra la gente e la gente non può venire da me, ho voglia di gridare di gioia, perché Lui è tornato a trovarmi nella sua pienezza. Lui è ora la mia unica rifugio e mi sento felice e al sicuro. Voglio rimanere qui per sempre, se Lui lo prevede. Raramente sono stato così felice e contento.

    Tito ha avuto molte ragioni per sentirsi insoddisfatto nella vita: una salute molto fragile, che spesso lo ha tradito nel momento più inopportuno; un carico opprimente di doveri, che non poteva o non sapeva delegare a nessuno; il pesante clima degli anni Trenta, che, nonostante tutti gli sforzi, si dirigeva inesorabilmente verso la guerra; le controversie con l'amministrazione occupante, l'imprigionamento. Tuttavia, era felice. Non poteva essere altrimenti. La sua felicità era data dalla conoscenza del Signore, dalla relazione con Lui, Dio stesso. Desiderava quindi rappresentare Dio ai suoi contemporanei in un modo che potesse anche chiamarli e aprirli alla felicità.

    Capisco che la gioia non viene vissuta allo stesso modo in tutte le fasi della vita e in tutte le circostanze, che a volte sono molto dure. La gioia si adatta e si trasforma, ma rimane sempre almeno un raggio di luce, che nasce dalla certezza personale che siamo infinitamente e sopra ogni cosa amati. (Papa Francesco, esortazione apostolica Evangelii gaudium 6)

    Signore, Tu hai donato al santo Tito un cuore gioioso, che non si è inasprito neppure in mezzo a un grande male; per la sua intercessione proteggerci da ogni insoddisfazione, affinché oggi Ti lodiamo con gratitudine e affidiamo con fiducia tutti i nostri peccati e le sofferenze dei nostri e al Tuo misericordia. Ti chiediamo questo per mezzo di tuo Figlio...

    Signore, Tu hai donato al santo Tito un cuore gioioso, che non si è inasprito neppure in mezzo a un grande male; per la sua intercessione proteggerci da ogni insoddisfazione, affinché oggi Ti lodiamo con gratitudine e affidiamo con fiducia tutti i nostri peccati e le sofferenze dei nostri e al Tuo misericordia. Ti chiediamo questo per mezzo di tuo Figlio...

    Cuore gioioso

    Tra le molte domande che mi pongo, nessuna mi occupa tanto quanto il "mistero" che l'umanità in evoluzione, estremamente orgogliosa dei suoi progressi, si allontana da Dio in così gran numero. È inquietante che in un’epoca di grande progresso in molti ambiti troviamo il fenomeno dell'irriverente disprezzo nei confronti di Dio da parte dell'uomo, persino il suo negare. E questo fenomeno si diffonde come una malattia contagiosa.
    Perché l'immagine di Dio è così offuscata? Perché molte persone non sono più colpite? Qual è la causa di ciò? Non è per noi una sfida lasciare risplendere l'immagine di Dio su questo mondo di nuovo in chiaro?

    Tra le molte domande che mi pongo, nessuna mi occupa tanto quanto il "mistero" che l'umanità in evoluzione, estremamente orgogliosa dei suoi progressi, si allontana da Dio in così gran numero. È inquietante che in un’epoca di grande progresso in molti ambiti troviamo il fenomeno dell'irriverente disprezzo nei confronti di Dio da parte dell'uomo, persino il suo negare. E questo fenomeno si diffonde come una malattia contagiosa.
    Perché l'immagine di Dio è così offuscata? Perché molte persone non sono più colpite? Qual è la causa di ciò? Non è per noi una sfida lasciare risplendere l'immagine di Dio su questo mondo di nuovo in chiaro?


    Dio in cui crede Tito è un Dio estremamente attraente – e non solo per Tito personalmente, è attraente per tutti. La ragione dell'allontanamento dalla fede (cfr. citazione introduttiva) riguarda l’offuscamento dell'immagine di Dio e il modo in cui questa non è annunciata in modo che parli realmente all'uomo contemporaneo e gli riveli la vera bellezza di Dio e il suo vero volto.
    Dio in cui Tito ha creduto sin dall'infanzia, che ha scelto di seguire lungo il cammino del Carmelo, al quale ha pregato, di cui ha amato scoprire nuove belle cose (attraverso lo studio dei mistici medievali), questo Dio lo ha reso felice.
    Tito era felice nella sua fede, era un carmelitano felice. Quando, sedicenne, ha iniziato il noviziato, scrive a casa:



    Nessun piacere potrebbe darmi tanta gioia e felicità quanto la vita nel monastero. Nella cella e tra i frati sono – come ci si aspettava – completamente felice. Credo che Dio mi abbia chiamato qui, ma per favore, pregate per me affinché io possa riconoscere se stia seguendo la sua santa volontà oppure no. Se Dio non mi ha chiamato qui - cosa in cui non credo e spero che non sia così, poiché è una tale gioia - pregate dunque affinché io possa discernere cosa devo fare per piacergli. Ma come ho già detto, ora sono felice e spero che io rimanga tale.

    Nessun piacere potrebbe darmi tanta gioia e felicità quanto la vita nel monastero. Nella cella e tra i frati sono – come ci si aspettava – completamente felice. Credo che Dio mi abbia chiamato qui, ma per favore, pregate per me affinché io possa riconoscere se stia seguendo la sua santa volontà oppure no. Se Dio non mi ha chiamato qui - cosa in cui non credo e spero che non sia così, poiché è una tale gioia - pregate dunque affinché io possa discernere cosa devo fare per piacergli. Ma come ho già detto, ora sono felice e spero che io rimanga tale.

    Perfino in prigione a Scheveningen si sentiva a casa, ha sistemato la sua "nuova cella" e parlava di felicità. Questo è testimoniato non solo dalla sua corrispondenza, in cui potremmo presumere che volesse confortare i suoi cari, ma soprattutto da un diario:

    Qui nella piccola cella mi sento completamente a casa. Non mi sono mai annoiato qui. Sono solo, è vero, ma mai Dio buono è stato così vicino a me. Anche se non posso uscire tra la gente e la gente non può venire da me, ho voglia di gridare di gioia, perché Lui è tornato a trovarmi nella sua pienezza. Lui è ora la mia unica rifugio e mi sento felice e al sicuro. Voglio rimanere qui per sempre, se Lui lo prevede. Raramente sono stato così felice e contento.

    Qui nella piccola cella mi sento completamente a casa. Non mi sono mai annoiato qui. Sono solo, è vero, ma mai Dio buono è stato così vicino a me. Anche se non posso uscire tra la gente e la gente non può venire da me, ho voglia di gridare di gioia, perché Lui è tornato a trovarmi nella sua pienezza. Lui è ora la mia unica rifugio e mi sento felice e al sicuro. Voglio rimanere qui per sempre, se Lui lo prevede. Raramente sono stato così felice e contento.

    Tito ha avuto molte ragioni per sentirsi insoddisfatto nella vita: una salute molto fragile, che spesso lo ha tradito nel momento più inopportuno; un carico opprimente di doveri, che non poteva o non sapeva delegare a nessuno; il pesante clima degli anni Trenta, che, nonostante tutti gli sforzi, si dirigeva inesorabilmente verso la guerra; le controversie con l'amministrazione occupante, l'imprigionamento. Tuttavia, era felice. Non poteva essere altrimenti. La sua felicità era data dalla conoscenza del Signore, dalla relazione con Lui, Dio stesso. Desiderava quindi rappresentare Dio ai suoi contemporanei in un modo che potesse anche chiamarli e aprirli alla felicità.

    Capisco che la gioia non viene vissuta allo stesso modo in tutte le fasi della vita e in tutte le circostanze, che a volte sono molto dure. La gioia si adatta e si trasforma, ma rimane sempre almeno un raggio di luce, che nasce dalla certezza personale che siamo infinitamente e sopra ogni cosa amati. (Papa Francesco, esortazione apostolica Evangelii gaudium 6)

    Capisco che la gioia non viene vissuta allo stesso modo in tutte le fasi della vita e in tutte le circostanze, che a volte sono molto dure. La gioia si adatta e si trasforma, ma rimane sempre almeno un raggio di luce, che nasce dalla certezza personale che siamo infinitamente e sopra ogni cosa amati. (Papa Francesco, esortazione apostolica Evangelii gaudium 6)

  • 7. giorno: "Dio vide tutto ciò che aveva fatto, ed ecco, era molto buono" (Gen 1,31)

    Signore, Tu ci hai creati a tua immagine e dalla tua mano siamo usciti molto buoni; per l'intercessione di santo Tito, fa' che questo bene cresca sempre in noi e si manifesti oggi con un amore efficace verso tutti gli orfani, le vedove e gli immigrati. Ti chiediamo questo per mezzo di tuo Figlio...

    Alla natura sta Dio

    Non perdiamo la speranza, perché la natura – con le sue forze nascoste e per noi insospettabili – si è sempre dimostrata capace nella storia. Non può dare salvezza il singolo… Ogni intelligenza, ogni saggezza risulta inadeguata in questo senso, ma come sempre è avvenuto nella storia, così la natura si “preoccuperà” anche ora… Dietro alla natura sta Dio. ... Dio, che l'ha creata e che la sostiene; che agisce in essa, con essa e attraverso di essa...
    Se nei problemi dei nostri tempi confidiamo nella loro risoluzione, perché ci siamo imparati a fidare della natura umana, stiamo in effetti confidando in colui che è dietro di essa, cioè Dio.

    Tito è convinto che la creazione è buona, che l'uomo è "molto buono". E – come insegna la Chiesa cattolica – anche dopo il peccato la natura umana non è completamente corrotta, ma rimane buona, anche se l'uomo può diventare schiavo del peccato e compiere grandi mali.
    Tito guarda alla natura umana con una ferma speranza, con la fede che dietro ad essa ci sia Dio, che sia presente in essa e che vi ha posto le sue leggi restauratrici.
    Tito crede che Dio stia dalla parte dell'uomo, che educa suo figlio e sua figlia (sebbene talvolta questa educazione ci sembri severa), che aspetta suoi figli prodighi e sue figlie prodighe. Dio rimane fedele all'uomo, infatti non può rinnegare se stesso.

    L'uomo creato da Dio è "molto buono" – e questo non riguarda solo l'uomo credente, Dio è Dio di tutti. Già gli uomini dell'Antico Testamento si stupivano di come l'Eterno fosse riuscito a inserire nella storia della salvezza, ad esempio, il re pagano Ciro e farne uno strumento di salvezza per Israele.

    Anche oggi ci meravigliamo di quanto bene siano "naturali" le persone attorno a noi – anche senza Chiesa, anche senza un'appartenenza esterna a una particolare confessione o religione.

    Quanta generosità ha suscitato Dio nelle persone durante la pandemia – anche senza la "nostra" dottrina sulla necessità di un amore generoso.
    Quanta compassione effettiva ha suscitato Dio nelle persone in riferimento all'aiuto per le vittime di guerra in Ucraina – lodiamo dunque Dio e ringraziamolo per il crescente numero di coloro ai quali un giorno dirà con amore:

    Venite, benedetti dal Padre mio, ereditate il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Infatti, ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero malato e mi avete assistito, ero fuggito dalla guerra e mi avete accolto… (cfr. Mt 25,35)

  • 7. giorno: "Dio vide tutto ciò che aveva fatto, ed ecco, era molto buono" (Gen 1,31)
    7. giorno: "Dio vide tutto ciò che aveva fatto, ed ecco, era molto buono" (Gen 1,31)
    ```

    Dio, tu ci hai creato a tua immagine e dalla tua mano siamo usciti molto buoni; per l'intercessione di san Tito, fa che questo bene continui a crescere in noi e si manifesti oggi con un amore autentico verso tutti gli orfani, le vedove e gli immigrati. Te lo chiediamo per tuo Figlio...

    Dio sta dietro alla natura

    Non perdiamo la speranza, perché la natura - con le sue forze nascoste e le capacità a noi stesse sconosciute - si è sempre dimostrata valida nella storia. La salvezza non può venire da un individuo... Ogni intelligenza, ogni saggezza sono in questo senso insufficienti, tuttavia, come sempre nella storia, così anche ora la natura si " prenderà cura" di noi... Dietro alla natura sta Dio. ... Dio che l'ha creata e che la sostiene; che opera in essa, con essa e attraverso di essa...
    Se, nelle difficoltà di oggi, confidiamo nella loro soluzione, perché abbiamo imparato dalla storia a fidarci della natura umana, confidiamo così in colui che sta dietro ad essa, cioè in Dio.

    Tito è convinto che la creazione sia buona, che l'uomo sia "molto buono". E - come insegna la Chiesa cattolica - neanche dopo il peccato la natura umana è completamente corrotta, ma rimane buona, anche se l'uomo può diventare schiavo del peccato e compiere grandi mali.
    Tito guarda alla natura umana con una speranza incrollabile, con la fede che dietro di essa sta Dio, che è presente in essa e che vi ha posto le sue leggi sanatrici.
    Tito crede che Dio stia dalla parte dell'uomo, che educa suo figlio e sua figlia (sebbene a volte questa educazione possa sembrare severa), che aspetta il suo figliol prodigo e la sua figliola prodiga. Dio rimane fedele al suo uomo, infatti non può rinnegare se stesso.

    L'uomo creato da Dio è "molto buono" - e questo non riguarda solo l'uomo credente, Dio è Dio di tutti gli uomini. Già le persone dell'Antico Testamento si meravigliavano di come il Signore fosse riuscito a inserire nella storia della salvezza, ad esempio, il re pagano Ciro e a farne uno strumento di salvezza per Israele.

    Anche noi oggi ci meravigliamo di quanto bene "naturalmente" siano capaci le persone intorno a noi - anche senza la chiesa, anche senza un'appartenenza esterna a una particolare confessione o religione.

    Quanta altruismo ha suscitato Dio nelle persone durante la pandemia - anche senza il nostro insegnamento sulla necessità di un amore altruista.
    Quanta compassione attiva ha risvegliato Dio nelle persone in relazione all'aiuto alle vittime della guerra in Ucraina - lodiamo quindi Dio e ringraziamolo per la crescente folla di coloro a cui un giorno dirà con amore:

    Venite, benedetti del mio Padre, prendete come eredità il regno che è stato preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Infatti avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero malato e mi avete assistito, sono scappato dalla guerra e mi avete accolto… (cf. Mt 25,35n)

    Dio, tu ci hai creato a tua immagine e dalla tua mano siamo usciti molto buoni; per l'intercessione di san Tito, fa che questo bene continui a crescere in noi e si manifesti oggi con un amore autentico verso tutti gli orfani, le vedove e gli immigrati. Te lo chiediamo per tuo Figlio...

    Dio, tu ci hai creato a tua immagine e dalla tua mano siamo usciti molto buoni; per l'intercessione di san Tito, fa che questo bene continui a crescere in noi e si manifesti oggi con un amore autentico verso tutti gli orfani, le vedove e gli immigrati. Te lo chiediamo per tuo Figlio...

    Dio sta dietro alla natura

    Non perdiamo la speranza, perché la natura - con le sue forze nascoste e le capacità a noi stesse sconosciute - si è sempre dimostrata valida nella storia. La salvezza non può venire da un individuo... Ogni intelligenza, ogni saggezza sono in questo senso insufficienti, tuttavia, come sempre nella storia, così anche ora la natura si " prenderà cura" di noi... Dietro alla natura sta Dio. ... Dio che l'ha creata e che la sostiene; che opera in essa, con essa e attraverso di essa...
    Se, nelle difficoltà di oggi, confidiamo nella loro soluzione, perché abbiamo imparato dalla storia a fidarci della natura umana, confidiamo così in colui che sta dietro ad essa, cioè in Dio.

    Tito è convinto che la creazione sia buona, che l'uomo sia "molto buono". E - come insegna la Chiesa cattolica - neanche dopo il peccato la natura umana è completamente corrotta, ma rimane buona, anche se l'uomo può diventare schiavo del peccato e compiere grandi mali.
    Tito guarda alla natura umana con una speranza incrollabile, con la fede che dietro di essa sta Dio, che è presente in essa e che vi ha posto le sue leggi sanatrici.
    Tito crede che Dio stia dalla parte dell'uomo, che educa suo figlio e sua figlia (sebbene a volte questa educazione possa sembrare severa), che aspetta il suo figliol prodigo e la sua figliola prodiga. Dio rimane fedele al suo uomo, infatti non può rinnegare se stesso.



    L'uomo creato da Dio è "molto buono" - e questo non riguarda solo l'uomo credente, Dio è Dio di tutti gli uomini. Già le persone dell'Antico Testamento si meravigliavano di come il Signore fosse riuscito a inserire nella storia della salvezza, ad esempio, il re pagano Ciro e a farne uno strumento di salvezza per Israele.

    Anche noi oggi ci meravigliamo di quanto bene "naturalmente" siano capaci le persone intorno a noi - anche senza la chiesa, anche senza un'appartenenza esterna a una particolare confessione o religione.

    Quanta altruismo ha suscitato Dio nelle persone durante la pandemia - anche senza il nostro insegnamento sulla necessità di un amore altruista.
    Quanta compassione attiva ha risvegliato Dio nelle persone in relazione all'aiuto alle vittime della guerra in Ucraina - lodiamo quindi Dio e ringraziamolo per la crescente folla di coloro a cui un giorno dirà con amore:


    Venite, benedetti del mio Padre, prendete come eredità il regno che è stato preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Infatti avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero malato e mi avete assistito, sono scappato dalla guerra e mi avete accolto… (cf. Mt 25,35n)

    Venite, benedetti del mio Padre, prendete come eredità il regno che è stato preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Infatti avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero malato e mi avete assistito, sono scappato dalla guerra e mi avete accolto… (cf. Mt 25,35n)

  •  
    8. giorno: "In questo consiste l'amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che lui ha amato noi" (1 Gi 4,10)

    Dio, il tuo amore ha conquistato san Tito, affinché ti seguisse lungo il cammino del Carmelo e il cammino della Croce di tuo Figlio. Per la sua intercessione, oggi fa che anche noi siamo conquistati dal tuo amore e insegnaci ad amare. Te lo chiediamo per tuo Figlio...

    Vinti dall'amore

    Viviamo in un mondo che condanna l'amore. In un mondo dove l'amore è definito una debolezza che dobbiamo superare e sconfiggere. In un mondo dove non conta l'amore, ma lo sviluppo della propria forza. Ognuno sia il più forte possibile e i deboli muoiano.
    Queste opinioni ci vengono proposte e ci sono persone che le accettano volentieri. "L'amore non è amato", ha già esclamato san Francesco d'Assisi. Alcuni secoli dopo, santa Maria Maddalena de' Pazzi suonò in estasi la campana del monastero delle carmelitane per dire alla gente quanto sia bello l'amore. Ah, quanto vorrei far suonare le campane per dire al mondo quanto sia bello l'amore!
    Anche quando l'ideologia condanna l'amore e lo respinge come debolezza, la testimonianza viva delle persone che amano lo trasforma sempre di nuovo in una forza che conquista i cuori umani e li conquista. "Guardate come si amano". Queste parole dei pagani sui primi cristiani devono valere di nuovo anche per noi! Allora conquisteremo il mondo.

    Così Tito predicava nella festa della Beata Vergine Maria del Carmelo nel 1939, dieci mesi prima dell'occupazione dei Paesi Bassi da parte dell'esercito tedesco. Il testo di Tito è certamente senza tempo. Si applica non solamente in circostanze storiche drammatiche, ma anche nella nostra vita personale - anche noi siamo prove di ciò. Anche noi siamo attratti dall'amore - ecco perché siamo al Carmelo! Anche noi siamo vinti - altrimenti non saremmo qui. Anche se il nostro egoismo si oppone continuamente, alla fine sarà vinto dall'amore.
    Questo amore Tito lo ha dimostrato alcuni anni dopo in condizioni disumane nei campi di concentramento nazisti. Lui non solo era lì - lui amava lì e, finché poteva, mostrava un amore pratico ai suoi compagni di prigionia, confessava, pregava per i suoi nemici.

    Quando arrivò un'infermiera per uccidere Tito con un'iniezione di fenolo, perché era necessario liberare un letto d'ospedale e non era realistico il recupero e il ritorno al lavoro di Tito, con grande gentilezza le mostrò la sua comprensione. Le regalò anche il suo rosario e la incoraggiò a usarlo, anche se aveva già dimenticato come si prega con il rosario. Questa infermiera tornò successivamente alla fede e il suo ritorno lo attribuì all'intercessione di padre Tito. Nel processo di beatificazione, testimoniò che le sue ultime parole: "Sia fatta la tua volontà, Signore, non la mia", le fecero un grandissimo effetto.

    La beatificazione di Tito avvenne nel novembre 1985.

    Alla gloria dell'altare giunge l'uomo che ha attraversato le tormentate esperienze del campo di concentramento di Dachau e ne è uscito vincitore: quando infuriava l'odio, sapeva amare.

    (Giovanni Paolo II, omelia di beatificazione)

    Anche il testo più noto di Tito, che si diffuse rapidamente tra i prigionieri ed era loro sostegno e conforto, parla dell'amore. Tito aveva con sé una piccola "immagine sacra" con una riproduzione della Crocifissione di Fra Angelico. Nella parte inferiore dell'immagine è raffigurato san Domenico, che in ginocchio abbraccia la croce e guarda verso il Crocifisso. In una notte di febbraio del 1942, Tito catturò in pochi versi una preghiera molto personale, qui in una libera traduzione di Vera Fischer:

    Signore, quando guardo la tua immagine, mi sembra,
    che sento un abbraccio come da un amico;
    un dono prezioso e buono
    io trovo così nel mio amore fedele.
    (…)
    Stai con me, Gesù! E non conosca mai, Signore,
    il dolore della nostra separazione!
    Con il tuo fascino, tutto diventa bello,
    e sopportare la sofferenza sembra così facile.

  •  
    9. giorno: "La forza si manifesta più chiaramente nella debolezza" (2 Cor 12,9)

    Dio, tu non hai sottratto a san Tito il calice della sofferenza, della paura e della debolezza. Per la sua intercessione, oggi ti presentiamo l'impotenza di tutte le vittime di guerra e la nostra stessa impotenza e insieme chiediamo il tuo pace e giustizia per l'Ucraina, l'Europa e il mondo intero. Per Cristo nostro Signore.

    L'esperienza della debolezza

    San Paolo pregò tre volte il Signore affinché lo liberasse "dal pungolo" di satana, che lo colpiva in viso. Il pungolo di Paolo lo paralizzava e gli sembrava incompatibile con il servizio a Cristo e al suo vangelo. Allora ricevette risposta: "La mia grazia ti basta, perché la forza si manifesta più chiaramente nella debolezza". (2 Cor 12,9)

    Forse vale anche per la santità: la santità - certamente per grazia - si manifesta più chiaramente nella debolezza. In altre parole: la santità è tanto più autentica quanto più è opera di grazia e non soltanto frutto della nostra stessa ascesi, del nostro sforzo, della nostra lotta. La santità è tanto più autentica quanto più è una partecipazione donata alla santità di Dio. La santità autentica non è mai "santità di propria produzione".

    Tito desiderava amare Gesù con un amore forte fino alla morte. Era ben preparato alla sofferenza - fin dalla fanciullezza aveva una salute cagionevole, tormentato da varie malattie spiacevoli. Un tema frequente delle sue meditazioni era il Crocifisso. Per tutta la vita studiò i mistici e sapeva che l'amore non si prova né nelle estasi né nelle esperienze elevate, ma nella sofferenza. Sapeva che sarebbero arrivati la sofferenza e le notti oscure. Che dovevano arrivare, perché servono a purificare il nostro amore dall'egoismo, che inevitabilmente si mescola anche nel nostro rapporto con Dio.

    Tuttavia Tito aveva fino ad allora mancato l'esperienza che la sofferenza possa sopraffare una persona. Durante uno dei suoi ritiri esortava le suore:

    Non servite il Signore con sospiri. Con volto gioioso e coraggio dimostrate quanto siano vere le parole del Signore: "Il mio giogo non opprime e il mio peso non è pesante"... Abbiate un sorriso sul volto e guardate alla sofferenza in una luce più nobile, in cui la sofferenza appare come un'espressione dell'amore di Dio verso di voi e un motivo di gioia. La gioia non è una virtù, ma l'effetto dell'amore con cui si sopporta il dolore.

    Tito sopportava davvero il dolore con amore e gioia - almeno quando iniziò il suo cammino di croce. Era un supporto meraviglioso per tutti quelli che si incontravano con lui nei vari penitenziari e campi. Nelle loro memorie, emerge come il piccolo zio Tito inflessibile, luce nelle tenebre, un frammento di bontà e amore in un mare di odio e veleno.

    Ma man mano che la sofferenza cresceva, diminuiva la salute, le forze fisiche, psichiche e spirituali. Dal campo di concentramento di Amersfoort, nei Paesi Bassi, Tito fu trasferito in un campo di filtro nel territorio occupato, a Kleve, in Germania, da dove partivano i convogli per Dachau. Il cappellano penitenciario di qui, padre Ludwig Deimel, ammirava la serenità, la rassegnazione di Tito e soprattutto la profondità della sua preghiera, nonostante la totale stanchezza. Ma poi arrivò la crisi. Padre Deimel convinse Tito a tentare di chiedere per iscritto di tenere in considerazione la sua condizione di salute e di cambiare la pena. Al posto del trasferimento nel campo di concentramento di Dachau, suggeriva l'internamento in uno dei monasteri carmelitani tedeschi, naturalmente senza possibilità di agire pubblicamente.

    Ci sono rimaste due versioni di questa richiesta - un concetto più lungo, in cui Tito scrive apertamente delle allucinazioni che aveva, della sua incapacità di pregare, della sua stessa rottura. E poi la richiesta ufficiale, firmata e presentata, che non menziona alcuni aspetti sensibili della crisi di Tito. Dodici anni dopo la morte martiriale di Tito e un anno prima dell'inizio del processo di beatificazione, uscì il libro di Josse Alzin "Il piccolo monaco pericoloso", in cui la crisi di Tito è descritta molto più concretamente e drammaticamente di quanto non ne parlino i biografi successivi. Alzin scrive che Tito superò la paura, che era irriconoscibile, completamente distrutto tremava e piangeva come un bambino. Il cappellano penitenciario non riconosceva più quel carmelitano purtuttavia provato, ma internamente forte.

    Il giorno seguente la consegna della richiesta, Tito fu inserito in un convoglio. La mattina, padre Deimel gli aveva dato la comunione. Poi venne letto l'elenco dei prigionieri trasferiti e Tito fu legato ai restanti. Padre Deimel non poteva credere - Tito era di nuovo colui che era prima. Con un lieve sorriso sulle labbra sussurrò al prete in congedo: "Cosa mi può succedere ancora, se il Signore è con me?" Sembra che questa trasformazione inaspettata, umanamente improbabile, sia stata opera di un miracolo di nutrimento con il Signore eucaristico.

    La crisi di Tito non diminuisce né minaccia, ma al contrario testimonia l'autenticità della sua santità. La santità di Tito diventa così pura grazia - non è la vittoria della forza e della volontà di Tito, è la vittoria di Gesù nella debolezza di Tito, nella sconfitta di Tito.

    L'esperienza di debolezza di Tito è quindi motivo anche della nostra speranza, che ogni nostra caduta possa essere - e sarà! - trasformata nella vittoria di Gesù. Che anche per noi basta la sua grazia, perché la santità si manifesta più chiaramente nella debolezza.

    Ma, man mano che la sofferenza aumentava, la salute diminuiva, diminuivano le forze fisiche, mentali e spirituali. Dal campo di concentramento di Amersfoort, nei Paesi Bassi, Tito fu trasferito in un campo di filtraggio nel territorio occupato, a Kleve in Germania, da dove partivano i trasporti per Dachau. Qui il cappellano dei prigionieri, P. Ludwig Deimel, ammirava la tranquillità di Tito, la sua rassegnazione e, soprattutto, la profondità della preghiera nonostante il totale esaurimento. Poi però arrivò la crisi. P. Deimel convinse Tito a tentare di chiedere per iscritto di tener conto del suo stato di salute e di cambiare la pena. Invece del trasporto al campo di concentramento di Dachau, propose l'internamento in uno dei monasteri carmelitani tedeschi, ovviamente senza la possibilità di avere alcuna attività pubblica.

    Ci sono pervenute due versioni di questa richiesta: una bozza più ampia, in cui Tito scrive apertamente delle allucinazioni che ha, dell'incapacità di pregare e della sua fragilità. E poi la richiesta ufficiale, firmata e consegnata, che non menziona alcuni aspetti sensibili della crisi di Tito. Dodici anni dopo la morte martire di Tito e un anno prima dell'inizio del processo di beatificazione, fu pubblicato il libro di Josse Alzina "Il piccolo monaco pericoloso", in cui la crisi di Tito è descritta in maniera molto più concreta e drammatica rispetto a quanto ne parlavano i biografi successivi. Alzina scrive che Tito aveva superato la paura, che era irriconoscibile, completamente distrutto, tremava e piangeva come un bambino. Il cappellano dei prigionieri non riconosceva più quel carmelitano, sebbene ridotto in miseria, ma interiormente saldo.

    Il giorno successivo alla consegna della richiesta, Tito fu inserito in un trasporto. La mattina P. Deimel gli diede la Comunione. Poi fu letto l'elenco dei prigionieri trasportati e Tito fu legato ai polsi con gli altri. P. Deimel non poteva credere ai suoi occhi: Tito era di nuovo l'uomo che era stato prima. Con un leggero sorriso sulle labbra sussurrò al suo accompagnatore spirituale per congedarsi: "Cosa mi può ancora capitare, se il Signore è con me?" Sembra che questa inaspettata e umanamente improbabile trasformazione fosse il frutto di un miracoloso nutrimento con il Signore eucaristico.

    La crisi di Tito non diminuisce né mette in pericolo, ma anzi attesta l'autenticità della sua santità. La santità di Tito diventa così pura grazia: non è una vittoria della forza e della volontà di Tito, ma è la vittoria di Gesù nella debolezza di Tito, nella sconfitta di Tito.

    L'esperienza di debolezza di Tito è dunque motivo anche della nostra speranza che ogni nostro crollo possa essere - e sarà! - trasformato nella vittoria di Gesù. Che anche per noi basta la sua grazia, poiché la santità appare in modo più evidente nella debolezza.